Arles, e nero.
Nei cieli azzurrissimi la nitidezza dei cirri e la mano lenta del vento, a modellarci contorni, a chiederci di pronunciare un nome per resistere alle forme che non conosciamo.
Per le parole nuove i cartelli con l’indicazione di via e poi la notte che confonde il reale, una macchia di sangue trasforma in colore pastello e gioco di bimbo, lama d’adulto.
Quelle orchidee che non so disegnare, le carezze pure della tua voce. Con le ballerine ai piedi improvvisi passi di danza, sulla tua ombra la proiezione delle compagnie e l’abbraccio breve della macchina fotografica.
E parlami poi dei colori, delle finestre chiuse e della luce riflessa dall’acqua. Ci siamo seduti a riva e non sapevo che dire, tenevo tra le dita il tuo vestito a fiori, come se per coglierti servisse del tatto. E poi quel bagno immaginato, per la violenza dei graffiti e la volpe blu che invitava al banchetto: apri le ginocchia, gli occhi, le cosce a conchiglia. Spalanca la porta e fai entrare, non salutare, lancia le labbra in urlo e ansima forte e forte ancora che qui si fotte per perdere i fuochi e le distanze che ci hanno insegnato. Le vie di fuga coi tacchi alti, le scale a chiocciola per guardarti sotto la gonna e le mutandine con scritto il tuo nome per ricordartelo, nelle magliette dei famosi sprechiamo ancora secondi.
Marco Colabraro - Macelleria Marleo
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